Note di Prevenzione

PRESENTAZIONE

Questa piccola pubblicazione sulla prevenzione è dedicata a tutti coloro che frequentano la montagna: dagli alpinisti più esperti ai turisti occasionali.
Sono delle brevi e sintetiche note sui comportamenti da tenere quando ci si muove nell’ambiente alpino, che si rifanno tutte alla regola principale che non deve mai essere dimenticata: il buon senso!
E’ la prima volta che la Delegazione Valdossola scrive apertamente di prevenzione e lo fa con piacere proprio durante l’Anno Internazionale delle Montagne,sperando così di dare il proprio modesto contributo a questo grande appuntamento.
Auguro ai lettori di passare delle belle giornate in montagna, e al Soccorso Alpino di fare sempre più prevenzione e sempre meno interventi.
Il Delegato
Felice Darioli

angelo
STORIA DEL SOCCORSO

Il soccorso alpino è vecchio come le montagne e gli uomini che le hanno abitate, poiché la solidarietà ha sempre fatto parte della cultura alpina.      

Bisogna però attendere gli anni ‘50, quando il Club Alpino Italiano decise di affrontare in modo organico il problema, creando una struttura in grado di operare con tempestività e professionalità, dotata di uomini e materiali idonei.

L’argomento veniva dibattuto durante il 66° Congresso del C.A.I., tenuto a Domodossola dal 4 al 10 settembre del 1954.

Sarà poi il Consiglio Centrale nella riunione di Bergamo del 12 dicembre dello stesso anno, a decretare la nascita del Corpo Soccorso Alpino.L’Italia è divisa in 15 Delegazioni e la zona montuosa dell’alto novarese sarà appunto la Decima Delegazione Valdossola.

E’ chiamato a ricoprire l’incarico di Responsabile Paolo Bologna, l’allora giovane segretario della gloriosa sezione SEO di Domodossola.

A lui spetta il compito di organizzare la struttura e di trovare gli uomini scelti fra il meglio dell’alpinismo locale. Nascono così le stazioni di Ornavsso, Macugnaga, Antrona, Bognanco, Domodossola, Varzo, Alpe Devero e Formazza, in tutto i volontari non sono più di una cinquantina.

Negli anni seguenti saranno create poi le stazioni di Omegna, Valgrande e Vigezzo con i sottogruppi di Val Strona, Alto Vergante e Cannobina.Negli anni ‘60 sono intensificate le esercitazioni e le partecipazioni a corsi nazionali mentre fanno l’apparizione le prime radio e appaiono anche primi materiali studiati per il soccorso in montagna, come le barelle Mariner e i sacchi Gramingher.

A livello nazionale si stipula l’accordo con l’Aeronautica Militare per l’uso degli elicotteri del SAR, che qua in zona saranno operativi principalmente con la squadriglia di base a Linate.Negli anni ‘70 Sergio Rossi con il cane Marco, acquisisce il brevetto per la ricerca in valanga, mentre a metà degli anni ‘80 un nutrito gruppo di cinofili è operativo anche nella ricerca in superficie.Nel 1988 la Regione Piemonte avvia il Servizio di elisoccorso che copre anche il territorio montano: per l’Ossola sarà operativa la base di Borgosesia, dove un tecnico della Delegazione sarà sempre presente per gli interventi in montagna.Nel 1992, grazie all’interessamento del Comune di Villadossola, la Delegazione dispone di una propria sede con uffici, magazzino e sala riunioni.Oggi la delegazione conta circa 270 volontari che si addestrano in 60 esercitazioni all’anno con un impegno di circa 1000 giornate/uomo il tutto per garantire al meglio i circa 300 soccorsi che si effettuano annualmente.
La Sudduvisione del Territorio -

La Delegazione copre il territorio montuoso della provincia di Novara e completamente quello del Verbano Cusio Ossola. Partendo dall’alto si possono individuare le 11 Stazioni così ripartite:

  • Formazza, Baceno con il gruppo di Premia per la Valle Antigorio e la conca di Devero,
  • Varzo per la Valle Divedro e l’Alpe Veglia,
  • Valle Vigezzo,
  • Domodossola per la conca ossolana e la Valle Isorno,
  • Bognanco per la valle omonina,
  • Villadossola/Antrona con il gruppo di Antrona e Premosello,
  • Macugnaga per la Valle Anzasca,
  • Ornavasso, Valgrande con il gruppo della Valle Cannobina,
  • Omegna con il gruppo di Valstrona e Alto Vergante

CHIAMATA DI SOCCORSO 

Il numero di chiamata per Emergenza Sanitaria “ 118” è un servizio gratuito, messo a disposizione dalla Regione Piemonte tramite l’Assessorato alla Sanità. È sufficiente comporre da qualsiasi telefono il numero “ 118” (la chiamata è gratuita, non occorre gettone) per mettersi in contatto con la Centrale Operativa che coordina il soccorso sanitario dal luogo dell’emergenza sino al ricovero in ospedale. La Centrale 118 è operativa 24 ore su 24 e può far fronte a qualsiasi emergenza potendo contare sulla presenza di personale specializzato e sull’impiego si ambulanza, elicotteri e squadre di soccorso. È inoltre in grado di garantire un piano di soccorsi coordinati mediante un contatto diretto con tutti gli altri organismi che intervengono in caso di emergenza.

 

Ci si può rivolgere in caso di:

incidente stradale; infortunio sul lavoro; malore; calamità; annegamento; ustione; incidente domestico; avvelenamento e qualsiasi altra emergenza sanitaria.

In caso di richiesta di Soccorso Alpino, la chiamata viene automaticamente passata alla Centrale Operativa di Torino, dove in Tecnico di Soccorso Alpino, con conoscenza del territorio montano, coordinerà la missione sino al suo termine.

CHIAMATA

In caso di richiesta di soccorso è bene fornire all’operatore 118 una serie di informazioni che permettano di individuare con precisione sia il luogo dell’incidente, sia di valutare l’esatto stato fisico dell’infortunato. È necessario innanzi tutto mantenere la calma, dare le proprie generalità e il numero di telefono da cui si chiama che non va mai abbandonato. Tutte le richieste fatte rispondono fondamentalmente a 4 domande: Chi? Come? Dove? Quando?

CHI è l’infortunato, nome cognome, età, sesso, condizioni fisiche, cosciente o incosciente;

COME è successo l’incidente;

DOVE è successo l’incidente, località, quota, possibilmente il Comune o almeno la valle (pensiamo ai tanti alpeggi con lo stesso nome), versante, condizioni meteo.

QUANDO l’ora dell’incidente.

Se interviene il mezzo aereo è indispensabile dare informazioni sulla presenza di ostacoli scarsamente visibili dall’elicottero quali linee elettriche, fili a sbalzo, materiale leggero che possa volare via e che ci sia sufficiente visibilità.

Può accadere, soprattutto in alta montagna, che la chiamata inviata da un cellulare possa essere captata da una Centrale Operativa non competente su quella posizione di territorio: non c’è da preoccuparsi in quanto la richiesta sarà girata direttamente alla Centrale Operativa dell’area interessata.

È importante ricordare che qualche secondo speso in più per fornire indicazioni, si traduce i tempo prezioso per risolvere nel migliore dei modi il soccorso!!

Una gran parte delle chiamate di soccorso giunge ormai attraverso gli apparecchi cellulari; purtroppo in montagna esistono delle zone d’ombra, e in questo caso è necessario conoscere quali siano i segnali internazionali di soccorso:

CHIAMATA lanciare sei volte in un minuto (ogni dieci secondi) un segnale ottico o acustico (urlo, luce con pila, etc..). Ripetere i segnali dopo un minuto.

RISPOSTA lanciare tre volte in un minuto (ogni venti secondi) un segnale ottico o acustico.

È fatto obbligo a chiunque intercetti una chiamata di soccorso avvisare tempestivamente la Centrale Operativa 118.

BASI 

Le basi operative in Piemonte fanno parte del Servizio di Elisoccorso gestito dall’Assessorato alla Sanità e comprendono cinque basi: Alessandria,Borgosesia,Cuneo(Levaldigi),Novara e Torino,con apparecchi dotati di verricello.

La base di Borgosesia, competente sul territorio della Valdossola, è entrata in funzione il 18 agosto del 1988 nel 2001 ha compiuto 740 missioni di soccorso tra cui 371 primari e 347 primari alpini e 22 trasporti da ospedale a ospedale.

L’equipe di volo è composta da:

  • pilota
  • specialista di volo
  • medico anestesista – rianimatore
  • Infermiere professionale
  • Tecnico di Soccorso Alpino
  • Cinofilo nel periodo invernale per gli interventi in valanga

SEGNALI

Segnali convenzionali di soccorso usati quando esiste il contatto visivo e non è possibile quello acustico, in particolare modo adatti per interventi con l’elicottero

SI, OCCORRE SOCCORSO

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ATTERRATE QUI

 
NO, NON SERVE SOCCORSO

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NON ATTERRATE QUI

 
La zona di atterraggio deve essere:

•  lontana da teleferiche, linee elettriche, fili a sbalzo;

•  priva di ostacoli quali piante, arbusti, grossi sassi;

•  facilmente individuabile dall’alto;

•  evitare le conche e gli avvallamenti;

•  tenere i bambini per mano e i cani al gunzaglio;

•  prestare molta attenzione a tutto quello che può volare via spinto dall’aria del rotore come indumenti, zaini, capellini, ecc.

Porsi con il vento alle spalle e le braccia alzate, quando l’elicottero si avvicina ci si accuccia a terra attendendo l’atterraggio del mezzo che si posizionerà nelle vostre vicinanze. In questa fase è necessario stare fermi, poiché ogni allontanamento sarà inteso dal pilota come un imminente pericolo che porterà ad allontanarsi repentinamente. Una volta che il mezzo è a terra attendere le istruzioni del personale di bordo.

Per nessun motivo non avvicinarsi mai all’elicottero dalla parte posteriore dove il rotore di coda è ad altezza uomo.Nonostante le indicazioni per la scelta dell’atterraggio, sarà il pilota a valutare la zona e a decidere eventualmente per un altro punto più idoneo alla discesa del mezzo.

HOVERING

Nel caso in cui il terreno diventi molto scosceso e non sia più possibile atterrare, il pilota può ricorrere alla tecnica del volo stazionario o hovering, mantenendo cioè l’elicottero fermo a poca distanza dal suolo, in alcuni casi appoggiando un solo pattino.

E’ una manovra particolarmente impegnativa che richiede molta concentrazione da parte del pilota, e attenzione e delicatezza nei movimenti di tutta l’équipe di volo.

E’ un equilibrio molto precario, per questo anche gli eventuali infortunati devono salire senza compiere bruschi movimenti.

Non bisogna spostarsi assolutamente verso la parte alta del pendio perché c’è il rischio di toccare il rotore principale che può girare a pochi centimetri dal terreno.

Ogni movimento deve essere assolutamente autorizzato dal personale di volo.

 
VERRICELLO

Dove il pendio diventa verticale o sui terreni dove non è possibile utilizzare le tecniche di atterraggio o di hovering si ricorre all’uso del verricello. Il pilota si porterà sulla verticale dell’infortunato mantenendo l’elicottero in volo stazionario. Lo specialista di volo azionerà il verricello per calare il personale di bordo. In questo caso il primo a scendere sarà il Tecnico di Soccorso Alpino che giunto sul punto dell’incidente e valutate le condizioni di sicurezza, si farà raggiungere con la stessa tecnica dagli altri componenti dell’équipe.

Consigli Generali

Preparazione della gita.La gita non inizia la mattina quando si scende dalla macchina e si calzano gli scarponi ma molto prima, poiché va studiata e programmata a tavolino. C’è da capire se l’escursione è adatta alle nostre possibilità, se siamo abbastanza allenati, e se siamo in grado di superare le difficoltà che andremo ad incontrare.

Meteo.Con il bel tempo tutto è più facile, ma in montagna le condizioni cambiano repentinamente e spesso con un peggioramento. Con le previsioni che hanno raggiunto un buon grado di affidabilità, non è più concepibile farsi sorprendere dal cattivo tempo. Oltre alle previsioni fornite da tutti i mezzi di informazione, su internet è possibile consultare fra l’altro i siti: www.nimbus.it www.meteosvizzera.ch/it/ , particolarmente utili per la zona dell’ossola.

Pubblicazioni.Una nutrita serie di guide e pubblicazioni locali descrivono praticamente tutti i percorsi possibili che si possono effettuare: dalle gita fuori porta alle salite alpinistiche. La zona è inoltre coperta da diverse cartine topografiche ad alta precisione sia a colori che in bianco e nero. Le più adatte sono quelle in scala 1:50.000 e 1:25.000 dove un cm sulla carta corrisponde rispettivamente a 500 e 250 metri sul terreno.

Attrezzatura.Per muoversi con tranquillità è necessario disporre dell’attrezzatura idonea per ogni ambiente che si intende percorrere. Al primo posto ci sono le calzature: comode, calde, con la suola scolpita. Lo zaino deve essere proporzionato all’attività e ben fermo sulla schiena, va sempre allacciato sia in vita che al torace.

Abbigliamento.Ce né per tutti i gusti e tutte le tasche, e ognuno può scegliere quello che maglio gli aggrada, ma sicuramente comodo e confortevole e facilmente vestibile. Prediligere capi leggeri da sovrapporsi in più strati rispetto a pochi elementi più pesanti ed ingombranti. Non deve mai mancare una giacca a vento, un paio di guanti ed un berretto. Dal troppo caldo in montagna non è mai morto nessuno; di freddo sì!!

Alimentazione.È alla base di ogni attività sportiva e ancora di più lo è per la montagna. Cibi leggeri e facilmente assimilabili con particolare attenzione ai liquidi: bere spesso e poco. Attenzione all’acqua di fusione è praticamente acqua distillata e non disseta. Durante le gite evitare assolutamente di ingerire alcolici: sono vaso dilatatori, e soprattutto con il freddo molto pericolosi.

Mai soli.È una regola troppo spesso trascurata che comporta conseguenze davvero gravi. Banali scivolate su sentiero si sono trasformate in tragedie proprio perché le persone erano sole,e quando sono state ritrovate era passato troppo tempo per trovarle ancora in vita.

Gite secondo le proprie capacità.È indispensabile che ogni uscita sia adeguata al proprio passo e alle difficoltà che si incontreranno. La montagna è severa con chi improvvisa: è necessario iniziare a compiere le gite più facili e gradualmente passare a quelle più impegnative, l’esperienza è frutto di una profonda conoscenza che si acquisisce solo nel tempo.

Il buon senso.Non deve mai essere lasciato a casa, ma far sempre parte del nostro bagaglio. In montagna non è ammesso “tentare” ma si deve sempre essere sicuri di quel che si fa. A volte ci vuole determinazione ad abbandonare la vie e tornare sui propri passi che proseguire, la vita non ha prezzo.

Escursionismo

I compagni.Per la riuscita di una buona escursione i compagni sono importanti. Per formare un gruppo è necessario che tutti camminino allo stesso livello, così non ci sarà il rischio che qualcuno sia troppo avanti o troppo indietro. Le uscite vanno commisurate sulla capacità del meno esperto e non del più preparato, che deve cosi adeguare il proprio comportamento.

Il gruppo.Piccoli gruppi omogenei e ben affiatati si muovono con più sicurezza. Oltre un certo numero di circa 7 o 8 persone, c’è la tendenza spontanea a creare altrettanti sotto gruppi che si muovono spesso con ritmi e tempi diversi, dilatando così la durata dell’escursione.

Perdere il sentiero.Se si perde il sentiero o le tracce, se non si è sicuri di dove ci si trovi l’unica alternativa è ritornare sui propri passi e raggiungere una zona nota per fare il punto della situazione e quindi riprendere la gita. Mai per nessun motivo continuare alla cieca, ci si potrebbe trovare nella situazione di non saper più ne scendere ne salire.

Tempi di marcia.Vanno accuratamente studiati a tavolino e verificati in punti precisi (rifugio, passo, bivio di sentiero, ecc.). Se si riscontrano delle discrepanze è bene valutare a fondo la situazione ed eventualmente ritornare sui propri passi prima di farsi sorprendere dal buio o dal cattivo tempo.

Non correre.Per chi vuole correre in montagna ci sono le gare. Per tutti gli altri non è il luogo ideale per dimostrare quanto si è bravi facendo “scoppiare” i propri compagni per arrivare “primi” al rifugio o in cima ad una montagna. Una crisi di affaticamento anche leggera, può compromettere il buon esito di tutta la giornata.

L’ambiente.Va rispettato lo sanno tutti, anche se in pratica questo non succede. Non è solo una questione di rifiuti che vanno sempre riportati a valle, o di fiori e di piante che non devono essere raccolte ma anche un modo di comportarsi. Ad esempio i sentieri ci sono per essere seguiti, e non saltati come succede per i maniaci delle scorciatoie.

Cattivo tempo.In estate il pericolo maggiore per un brusco cambio del tempo sono senza dubbio i temporali, che scoppiano solitamente nei pomeriggi delle giornate afose. In caso di fulmini è necessario allontanarsi dalle creste, cime, oggetti metallici come croci di vetta e vie ferrate, alberi e massi isolati, cavità, per cercare riparo in zone isolate e protette come bivacchi e rifugi.

Tracce.Lasciare traccia del proprio passaggio è importante per un eventuale ricerca. Innanzi tutto a casa è necessario lasciare detto il percorso che si vuole fare, la meta e la presunta ora del ritorno. Al rifugio, nel bivacco o sul libro di vetta è utile scrivere la data, l’ora del passaggio e quella del rientro e naturalmente firmare!!

Rifugi.Le tracce del nostro passaggio, specialmente nei rifugi incustoditi e nei bivacchi, devono essere solamente le firme sui registri e non la sporcizia abbandonata o la distruzione delle suppellettili. Più di una persona in difficoltà non ha potuto usufruire di letti e coperte, perché qualcuno prima di lui ne aveva fatto un uso sconsiderato.

Programmare.Le escursioni, come si ricordava poco sopra, vanno programmate anche con la consultazione di libri e manuali. Per l’estensione di queste guide ci si affida ad una scala delle difficoltà, qui riportata, usata dal CAI che tiene conto di diversi parametri tra cui: esposizione, lunghezza del percorso, difficoltà di orientamento, dislivello, tipologia del terreno.
T=TURISTICO Itinerari su percorsi evidenti e senza pericoli,stradine,mulattiere,comodi sentieri. I dislivelli sono contenuti e il loro percorso ha durata massima di 2 – 3 ore di cammino.

E=ESCURSIONISTICO Sentieri lunghi e anche in quota,dal fondo regolare più o meno sconnesso,anche molto stretti. I dislivelli sono maggiori e richiedono un minimo di esperienza del territorio montano,allenamento alla camminata,calzature ed equipaggiamento adeguati.

EE=PER ESCURSIONISTI ESPERTI Tracce su terreno impervio ed infido a quote relativamente elevate. Necessitano di esperienza di montagna in generale e conoscenza dell’ambiente alpino,equipaggiamento,attrezzatura e preparazione fisica adeguati.

LA RICERCA DI PERSONE DISPERSE

Intervento delle Unità Cinofile da Ricerca in Superficie

Può succedere che durante escursioni o passeggiate in montagna, ci sia contemporaneamente la ricerca di una persona dispersa nella stessa zona. In questo caso ci potranno essere, oltre alle squadre di soccorso, anche le Unità Cinofile da Ricerca in Superficie con i propri cani.

Innanzi tutto un cane che sta effettuando una ricerca di soccorso viaggia libero senza guinzaglio a poca distanza dal conduttore e quindi non costituisce un pericolo, inoltre è facilmente distinguibile da tutti gli altri cani perché indossa, nella fase di lavoro, una pettorina con il logo del Soccorso Alpino. In tal caso è necessario adottare questo comportamento:

  • Evitare di toccare o carezzare il cane;
  • Continuare a camminare ignorando il cane;
  • Non dare assolutamente cibo;
  • Se seduti o sdraiati il cane potrebbe avvicinarsi e abbaiare in qual caso mantenersi calmi. Il cane non è pericoloso e attendere l’arrivo del conduttore;
  • Se si è in gita con il proprio cane tenerlo al guinzaglio.

Può purtroppo capitare di essere testimoni del mancato rientro da una escursione di qualcuno che si conosce, e per questo essere direttamente interpellati per fornire indicazioni utili alla ricerca. E’ importante:

  • Preparare se possibile una foto della persona dispersa;
  • Redigere una descrizione sommaria: abbigliamento, abitudini, meta prevista, ora del rientro, ecc.;
  • Rispondere con serenità e franchezza alle domande del conduttore.

I cani addestrati dal Soccorso Alpino per la ricerca di un disperso, sono allenati per individuare il“cono di odore” che ogni persona lascia attraversando una certa zona, per questo non è necessario far annusare indumenti od oggetti della persona scomparsa.

ALPINISMO

Tutte i consigli pratici rivolti alla prudenza per le gite turistiche o le escursioni vanno amplificate quando si tratta di compiere delle ascensioni alpinistiche. E’ necessario ancor di più prestare attenzione all’abbigliamento, alle calzature e all’attrezzatura che non è materiale da esposizione ma strumento da utilizzare correttamente.

Partire presto. Anche d’estate le giornate, in alta montagna, sono particolarmente corte non per una ragione di luce ma perché le distanze sono lunghe, i dislivelli pure e l’ambiente è severo. Il minimo disguido può far perdere del tempo prezioso, e nel pomeriggio si scatenano i temporali con pericolosi fulmini, senza contare che la calura estiva provoca la nebbia e foschie con i conseguenti problemi di orientamento. Partire presto, ma ancora di più importante tornare presto.

La quota. A 2500 metri si trovano soltanto i tre quarti dell’ossigeno disponibile al livello del mare, a 5500 metri circa la metà. Questa carenza porta a degli scompensi che, se non sorretti da un adeguato allenamento, possono portare al così detto mal di montagna. E’ necessario salire lentamente abituandosi alla quota, specie oltre i 3000 metri , fermarsi e riposare, non fumare e bere alcool, mangiare e bere spesso poco per volta. Il mal di montagna si manifesta con mal di testa, nausee e vomito, apatia, vertigini, spossatezza. C’è un solo rimedio: scendere al più presto!

Insolazione. Raggi ultravioletti e infrarossi aumentano con la quota. La neve ha una capacità di riflettere la luce che arriva anche al 95%. Tutti questi fattori impongono di disporre di occhiali idonei anche con protezione laterale, creme da sole adeguate che vanno spalmate già nella prima mattina al rifugio o quando ci si alza. L’operazione va poi ripetuta durante l’ascensione. Il casco deve essere del tipo ben aerato, nelle escursioni facili un cappello può risparmiarci fastidiosi quanto inopportuni colpi di sole, come è utile proteggere tutte le parti esposte.

Il freddo. Se nelle belle giornate un’insolazione può essere un pericolo reale, in montagna il grande rischio di tutte le stagioni è senz’altro il freddo. Oggi si dispone di capi tecnici eccezionali che ci possono proteggere adeguatamente. E’ importante però vestirsi in modo da non sudare troppo, ma nello stesso tempo non indossare pile o giacche a vento quando si hanno i brividi poiché è troppo tardi: si devono prevenire questi sintomi, specialmente per le mani; i guanti, anche come protezione alle abrasioni, vanno sempre indossati.

L’azione del vento è spesso trascurata, anche se il rapporto velocità/temperature ha effetti disastrosi sul corpo umano come ci dimostra questa tabella:

Vel. Vento

Km/h

Potere raffreddante del vento

 

10

5

0

-5

-10

-15

-20

-25

-30

0

10

5

0

-5

-10

-15

-20

-25

-30

10

8

2

-3

-8

-14

-19

-26

-30

-36

20

3

-3

-9

-16

-22

-29

-35

-42

-48

30

0

-6

-13

-20

-28

-34

-41

-48

-55

40

-1

-8

-16

-23

-31

-38

-45

-53

-60

50

-2

-10

-17

-25

-33

-41

-48

-56

-64

60

-3

-11

-19

-27

-34

-42

-50

-58

-66

70

-4

-12

-19

-28

-35

-43

-51

-59

-67

80

-4

-12

-20

-28

-36

-44

-52

-60

-68

Autosoccorso. Si sta diffondendo una certa cultura per cui qualunque cosa accada ci sarà sempre qualcuno che ci tirerà fuori dai guai. Purtroppo non è così, in montagna in caso di avverse condizioni meteorologiche, prima che intervengano le squadre di soccorso può passare diverso tempo. In questo caso è indispensabile conoscere le attrezzature di cui si dispone, le varie tecniche di autosoccorso e saperle applicare, avendole già sperimentate in precedenza.

Caduta sassi. Pareti di sfasciumi, gelo e rigelo, passaggio di animali o a volte di altri alpinisti possono provocare la caduta di pietre e frammenti di roccia. E’ utili privilegiare i percorsi di cresta a scapito di pareti e canaloni. Se si è in gruppo muoversi tutti assieme ed essere ravvicinati il più possibile. In caso di cattivo tempo evitare i colatoi di acqua che, forzatamente, trascinano dei sassi.

Le zone soggette alla caduta di sassi vanno percorse prima che il sole abbia iniziato a scaldare il terreno, liberando dalla morsa del ghiaccio blocchi in equilibrio precario.

Ghiacciaio. Una distesa di ghiaccio, è una trappola insidiosa cosparsa di crepacci spesso nascosti da esili ponti dopo una nevicata: individuarli non è facile. Su ghiaccio è necessario procedere con picozza e ramponi e saperli correttamente usare. Fortemente consigliato il casco mentre è indispensabile una buona imbracatura ed una corda che unisca (in modo corretto) i vari componenti della cordata: vietato improvvisare.

Bivacco. Come si suol dire capita anche ai migliori che per qualche contrattempo, si trovino nella necessità di bivaccare all’aperto senza che questo sia stato programmato. E’ un situazione tutt’altro che invidiabile, ma in qualche caso rappresenta la salvezza, bastano pochi accorgimenti tra cui disporre di un buon vestiario e qualche indumento di ricambio che ci possa isolare dal terreno: il raffreddamento è il pericolo maggiore.

Ferrate. Le vie ferrate sono a metà strada fra l’escursionismo e l’alpinismo. Per muoversi è necessario usare mani e piedi, ma gli infissi (corde, fittoni, gradini, ecc.), facilitano notevolmente la progressione. Il maggior rischio è quello di sottovalutare il percorso muovendosi con troppa facilità, ed eludendo le minime garanzie di sicurezza che sono: disporre di un imbrago, di dissipatori e longe adeguate oltre naturalmente al casco.

Ancoraggi. Con il diffondersi dei chiodi ad espansione (spit) e la chiodatura di molte vie, si nota una certa “rilassatezza” da parte di alcuni ad affrontare percorsi senza l’attrezzatura adatta per crearsi sia degli ancoraggi di progressione, sia delle soste autonome. L’invito è quello di avere con se nuts, frends, chiodi e martello, per essere autosufficienti in ogni occasione.

LA NEVE

Conoscere la neve. La neve è formata da cristalli di ghiaccio che, in funzione di diversi parametri, possono assumere varie forme e caratteristiche, che le permettono di aderire al suolo o di slittare verso valle. Per capire i meccanismi che innescano le valanghe, ed aumentare quindi la nostra sicurezza, è necessario conoscere almeno i principi base e i “metamorfismi” cioè le trasformazioni del manto nevoso.

Il pendio. Generalmente le valanghe si staccano su pendenze comprese fra 27° e 45° gradi di pendenza. Al di sotto di questa soglia, non ci dovrebbero essere movimenti del manto nevoso anche se occorre sempre da controllare cosa c’è a monte. Al di sopra dei 45° i sovraccarichi vengono già scaricati durante le nevicate. Dove più forte è il rischio di valanghe è anche l’inclinazione ottimale per la pratica dello sci.

Traccia. La traccia di una salita o discesa di scialpinismo è come il sentiero per un’escursione, va preventivamente studiato. Poi quando ci si trova all’aperto e necessario valutare ad ogni variazione del terreno quale sia il percorso migliore, che sarà chiamato micro traccia. Qui entra in gioco l’esperienza che deve tenere conto di diversi fattori, tra cui: inclinazione, il tipo di terreno, la vegetazione, la neve presente al suolo, la situazione meteorologica degli ultimi giorni.

Le valanghe. Si dividono in due categorie: valanghe spontanee e valanghe provocate. Le prime sono la conseguenza di nuove precipitazioni o forti variazioni di temperature, le seconde sono quelle provocate dal passaggio di animali, ma soprattutto di sciatori che rimangono vittima della loro imprudenza.

Pista e fuoripista. Valanghe che colpiscono paesi o vie di comunicazione sono fortunatamente sempre più rare. Stesso discorso vale per le piste di sci dove i pendii vengono costantemente bonificati oppure la pista viene chiusa. Purtroppo c’è ancora chi, incurante del pericolo, scavalca le reti di protezione e si avventura nel fuori pista alla spasmodica ricerca di neve incontaminata, con le conseguenze che si possono immaginare.

I Lastroni. Sono delle placche di neve compatta, dura e fragile trasformata dalla forza meccanica del vento che si comportano come delle lastre di vetro: un minimo sovraccarico in qualunque punto può frantumare tutta la struttura. Sono difficilmente individuabili specialmente con l’apporto di neve fresca, anche se la presenza di cornici sulle creste è un sicuro indice che il vento ha soffiato molto e che poco sotto ci sarà senz’altro uno o più lastroni.

A.R.V.A . E’ una sigla che sta ad indicare l’ Apparecchio per la Ricerca di Vittime da Valanga. Si tratta di una piccola ricetrasmittente sui 200 grammi di peso, che emette un segnale acustico o visivo, in grado di essere captato da un apparecchio simile. In caso di ricerca funziona come un radiolocalizzatore, più ci si avvicina più aumenta il segnale. Chiunque frequenta la neve dovrebbe possedere questo strumento, che va indossato al di sotto del maglione e posto in trasmissione nel momento in cui si esce dal rifugio o si lasca l’auto, per essere spento solo al rientro. E’ l’unico apparecchio che permette un autosoccorso efficiente e sicuro. Una persona ben allenata è in grado di setecciare una valanga delle dimensioni di un campo di calcio nel giro di 5 o 6 minuti.

Pala e Sonda. Non possono mancare nello zaino dello scialpinista. E’ inutile localizzare in pochi minuti un travolto con l’A.R.V.A. e la sonda se poi quando si deve scavare non si ha nulla. Per spalare un metro di neve occorrono circa 10/15 minuti con la pala, circa un ora con la coda degli sci, circa due ore e mezzo con le mani protette dai guanti.

Sopravvivenza. Per un travolto da valanga, che non abbia subito traumi pericolosi, le possibilità di sopravvivenza sono assai limitate: circa del 90% se liberato entro un quarto d’ora. Per passare drasticamente al 40% entro l’ora, per poi abbassarsi ancora di più. E’ quindi indispensabile che il primo soccorso sia portato dai compagni di gita provvisti di pala, A.R.V.A. e sonda tre strumenti indispensabili per ogni componente del gruppo.

Il Bollettino. L’unica alternativa di sopravvivenza alle valanghe è non farsi travolgere. Gli strumenti perché questo non accada sono la conoscenza e la prevenzione prima fra tutte l’ascolto del Bollettino nivometereologico emesso dalle Regioni e Province associate all’A.I.NE.VA. Per la zona Ossola il bollettino viene emesso tre volte la settimana ed è reperibile sul sito della Regione Piemonte www.regione.piemonte.it oppure attraverso segreteria telefonica allo 011 – 3185555.

Fra le altre indicazioni il bollettino si basa su di una scala internazionale di pericolo formata da 5 livelli contraddistinti da altrettanti colori.

VALANGA

Intervento con Unità Cinofile da Valanga

La possibilità di sopravvivenza per un travolto da valanga sono legate ad un tempestivo soccorso, che deve innanzi tutto essere portato dai propri compagni. Pur con la velocità dell’elicottero, passerà un certo lasso di tempo prima che possano giungere le squadre del Soccorso Alpino con le Unità Cinofile da Valanga.

Il cane rimane l’unico valido mezzo efficace per individuare travolti che non abbiamo con sè dei localizzatori. In un’ora l’Unità Cinofila è in grado di setacciare un’area di cento per cento metri quadrati, mentre con il sondaggio tradizionale 20 uomini impiegano quattro volte tanto.

Nel caso si fosse testimoni di un travolgimento è necessario:

•  conoscere il numero esatto dei travolti;

•  ricordare attentamente l’ultimo punto in cui si è visto l’infortunato, prima che venisse inghiottito dalla valanga. Questo delimita fortemente la zona della ricerca;

•  controllare se sussiste ancora il pericolo di nuove cadute di neve;

•  se non si dispone di apparecchi A.R.V.A., procedere nel massimo silenzio alla ricerca visiva e acustica sulla valanga per individuare eventuali indizi;

•  se si trovano sci, bastoncini, o zaini che affiorano assicurarsi con la sonda che la persona non sia nelle vicinanze; in tal caso lasciare ogni oggetto sulla valanga cosi come lo si è trovato segnalandolo con precisione: servirà per le squadre di soccorso a ricostruire la dinamica del travolgimento e il probabile punto di seppellimento:

•  se si riesce ad estrarre l’infortunato liberare immediatamente le vie respiratore.